LECTIO ORANTE

Liturgia della Parola del 10 novembre 2019

LETTURA Dn 7,9-10.13-14
Lettura del profeta Daniele

Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;  il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti. Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto.  

SALMO Sal 109 (110)

Ripetiamo insieme: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato.

Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi».
Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici! R

A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato. R

Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek».
Il Signore è alla tua destra!
Sarà giudice fra le genti. R

EPISTOLA 1Cor 15,20-26.28
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

VANGELO Mt 25, 31-46
Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». 

Esercitare la regalità, al modo di Melkisedek

La liturgia della Parola di questa sera ci immerge nei misteri del Regno, delineando i tratti portanti della regalità di Cristo che, come avremo modo di vedere, sono molto diversi da quelli con cui l’uomo immagina l’esercizio della regalità. Ma lasciamoci accompagnare dalle pagine che la Liturgia ci propone passando da Daniele a Paolo e da Paolo all’evangelista Matteo, senza ovviamente trascurare il Sal 109.

Scenario da paura

Forse, ad un primo impatto, la sensazione che resta nei nostri cuori dopo la lettura di queste pagine è una sensazione di disorientamento e di paura: si parla di vampe di fuoco, di troni che vengono allestiti su uno scenario surreale e inquietante, di libri che vengono aperti per manifestare un giudizio che non avrà appello; persino la parabola scelta da Gesù abbandona i toni bucolici di altre parabole, per parlare di maledizione, di fuoco eterno allestito anticipatamente per il diavolo e per i suoi angeli, di lontananza da Dio. Sono immagini su cui una certa Tradizione della Chiesa ha a lungo sostato (nel museo della mia Parrocchia d’origine si conservano ancora i quadri e le statue con cui si allestiva la Chiesa durante il “triduo dei morti” e bisogna ammettere che nessuno di questi lasciava trasparire un messaggio rassicurante: tra demoni con forconi e vampe di fuoco, non c’era molto da scegliere).

Ma è davvero questo il messaggio di cui ci parlano le letture? E proprio questa la risposta cristiana alla domanda circa le cosiddette “realtà ultime”? E poi, mi chiedo: “ultime” rispetto a cosa? Da quale punto di vista? Di Dio? Non direi… per lui non ci sono realtà ultime. Del credente? Nemmeno. Per noi le realtà “ultime” sono di fatto realtà che celebrano un inizio, un passaggio sorgivo, una celebrazione di vita.

Quindi, mettiamo tra parentesi certe sensazioni, lasciamo da parte gli scenari da paura e un certo modo di vedere le “realtà ultime” e consideriamo piuttosto il fatto che queste immagini ci aiutano a prendere sul serio la vita, questo breve spazio in cui noi viviamo il “frattempo”, cioè lo spazio di tempo che esiste tra la nascita alla vita umana e la rinascita alla vita di Dio. Il “frattempo” è un momento di grazia e di responsabilità che va vissuto in pieno, sapendo tenere lo sguardo fisso su colui che è la pienezza di fedeltà e di grazia.

Un trono speciale

Il “frattempo”, secondo il messaggio delle letture odierne, è abitato da un trono particolare e ogni lettura contribuisce a delinearne una pennellata: Daniele ricorda che non è un trono solitario, al singolare, ma che “furono collocati troni”; l’espressione è al plurale e già questo ci dice che il re celeste non è un re geloso, ma qualcuno che vuole condividere il suo potere e la sua gloria. Il salmo aggiunge che il trono è legato “alla destra”, detto in altre parole, è associato alle qualità di Dio: tutte le qualità che sono di Dio appartengono ai troni di chi gli si siede accanto. Paolo precisa che è un trono “scomodo”, perché chiede non solo di fronteggiare la morte ma di lasciarsi inghiottire da questa; come già anticipava il salmo, è un trono allestito in mezzo ai nemici, cosa assurda da un punto di vista umano. Matteo completa il quadro ricordando che il trono in questione è costituito da tanti frammenti di umanità, di cui menziona la fame, la sete, la nudità, l’esilio, la malattia, la prigionia… In altre parole, chi siede su quel trono, abbraccia tutti i frammenti di umanità, partendo da quelli più piccoli. Una scelta che crea come una grande inclusione tra il primo discorso di Gesù nel vangelo di Matteo (che si era aperto con le beatitudini) e l’ultimo discorso (che si chiude con gli stessi frammenti di umanità). E allora capiamo che il tono della liturgia della Parola comincia a cambiare, ad assumere sfumature diverse.

Un linguaggio inclusivo

Accanto all’immagine del trono c’è un pronome che è presente nelle tre letture: “Tutti”. Daniele parla di “tutti i popoli, nazioni e lingue”; il Salmo parla di un dominio che si estende su “tutti i nemici”; Paolo vi fa eco portando un annuncio di speranza secondo il quale “in Cristo tutti riceveranno la vita”; il Vangelo amplia ulteriormente lo sguardo dando peso a tutti i gesti che ciascuno di noi compie, grazie ad uno scenario in cui vengono radunati “tutti i popoli”. Non si potrebbe immaginare una liturgia più inclusiva di questa. Eppure, nel solenne palinsesto delle moltitudini dove tutti sono rappresentati, non si perde l’attenzione all’uno solo. Il “tutti” è bello, solenne, ma rischia di essere anche lontano e anonimo. L’“uno solo” invece è vicino, a portata di mano, concreto, tangibile. La regalità di Dio e, di conseguenza, quella del Figlio suo, si estende su tutti, ma è sempre attenta all’uno solo. “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Nessuno può tirarsi indietro per dire: “Questo non è alla mia portata!” Si parte da “uno solo”, da uno dei “fratelli più piccoli” e, in questo modo si esercita la regalità di Dio, ci si siede su uno di quei troni vuoti posti alla sua destra. Indirettamente, la liturgia ci invita a non lasciare anonimi i tanti volti che incontriamo nel nostro quotidiano e ad assicurare ad essi un colore, un calore, un nome, una dignità, perché affiori in ogni giornata quell’uno solo che permette a Dio di seminare la logica del suo regno.

Dalla minaccia di un giudizio alla gioia di un’esperienza

E così, quasi senza accorgerci, le letture ci hanno preso per mano e ci hanno fatto passare dalla percezione di una minaccia (quella del giudizio) all’esperienza di una gioia (quella dell’incontro con un volto). E in questo passaggio sembrano quasi raccomandarci di stare attenti a non scartare nulla, a non trascurare nessun frammento di umanità: il debole, l’ammalato, il povero, colui che nelle forme più diverse si trova chiuso nel carcere dei propri schemi, delle proprie fobie, delle ferite subite… Tutto è prezioso e può diventare una scuola per crescere in umanità. In che modo? La risposta ce la suggerisce il salmo con una frase che ha l’apparenza di essere del tutto secondaria e che invece ha un suo “perché”: “tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek”. Siamo invitati a esercitare la regalità di Dio, al modo di Melchisedek.

Chi è questo personaggio? Perché ha avuto così tanta fortuna da essere menzionato nel Sal 110, da essere citato più volte nel NT soprattutto in Ebrei e da finire addirittura nella preghiera eucaristica più antica presente nella liturgia romana, nota come “canone romano”? Cosa sappiamo di lui? Eb 7,1-3 riprendendo Gen 14,17-20 ricostruisce il suo profilo. Melkisedek è il re-sacerdote che andò incontro ad Abramo dopo una notte difficilissima, di lotta, affrontata dal patriarca per liberare Lot caduto prigioniero in una guerra che aveva visto opposti cinque re contro quattro per occupare le terre della regione. Melkisedek, che pur abitava nella regione, non si era associato alla guerra e va incontro ad Abramo che torna a casa sfinito, con le mani segnate dalla violenza. Melkisedek è un re di pace, sa che la giustizia non si costruisce a suon di guerre, ma ci vogliono gesti di pace.

Cosa fa Melkisedek? Due semplici gesti: gli offre pane e vino, per ristorarlo, e gli dona una benedizione, per vivificarlo. La benedizione va intesa qui in senso etimologico: dire bene dell’altro, tirare fuori il meglio che c’è nell’altro. Con questi due gesti semplicissimi, fatti in nome del “Dio altissimo”, Abramo riprende forza e torna a donare, ad aprire le mani. Chi è venuto incontro ad Abramo oltre a Melkisedek? Il re di Sodoma, che nella fuga era caduto in un pozzo di bitume… una cosa vergognosa, che però gli aveva salvato la vita. Si presenta ad Abramo per dire ad Abramo che può trattenere la parte di bottino che gli apparteneva. Abramo gli restituisce tutto. Non vuole nulla. L’incontro con Melkisedek lo riapre al dono.

I primi cristiani hanno visto in questa scena la prefigurazione della regalità di Gesù: con lui ci spostiamo in un’altra notte di lotta e di consegna: quella della lavanda dei piedi, quella dell’ultima cena, quella del Getsemani. Cosa porta Gesù in quella notte? Il gesto che ha compiuto Melkisedek. Ai discepoli provati dal “come” si sta adempiendo il disegno di Dio, Gesù offre pane e vino, cominciando dal più smarrito di tutti, Giuda. E nel Getsemani, si carica lui del dolore di quella lotta, perché sui suoi scenda la benedizione. E grazie a questo suo gesto, la potenza della vita indistruttibile comincerà a scorrere… prima dal Getsemani, poi dalla croce, poi dal sepolcro. Ecco come Dio esercita la regalità; ecco come la incarna suo Figlio; ecco come viene affidata a noi.

Lasciamoci allora interpellare da queste pagine e, mentre sostiamo per un tempo prolungato in silenzio, chiediamoci:

  • Come tu, o Dio, oggi, mi sei venuto incontro al modo di Melchisedek?

  • Come tu, o Signore, mi stai facendo crescere in umanità?

Come tu, o Padre, stai riempiendo il mio “frattempo”?

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